L.A.NOIR

Storie di funghi sotto i ferri (straight on till morning) **Elementi di Tenebra -"Il passato è una terra straniera"-Davanti,Sua Maestà Il Futuro(dilazioni) #"Se spezzi il nucleo dell'atomo ci troverai racchiuso il sole"# -----Guai ai Vinti------(La piccola bottega dei clangori)§§§§§§§§§§§ "Scrivevo silenzi, notti, notavo l'inesprimibile, fissavo vertigini"

mercoledì, 31 agosto 2005

Piange l'azzurro
battesimo d'autunno.
Atena piange
dopo lunghe stagioni,
libera infine
infantili lacrime
tenute in gabbia
per troppo troppo tempo.
Fosse la fine
ringrazierei l'autunno,
anche se fosse
solo un riso sereno,
un episodio,
una volta soltanto.
Ora cammino
sulla strada per Netzach.
Non da sola, non sola.

(Choka sorridente 5,7,5...7,7)

Postato da: Vespero a 00:56 | link | commenti (5) |

lunedì, 29 agosto 2005
more human than a human

dove ho passato il fine settimana? in una galleria del vento sparato a mille chilometri l'ora, mi suggerisce la testa che pulsa come un cazzo di qualcosa che pulsa davvero forte. non avere coscienza delle ultime quarantotto ore può essere molto preoccupante, anche perché ormai lo so tutto quello che posso combinare quando mi succedono queste cazzo di cose... come svegliarsi col sapore di sangue in bocca sputando palle di pelo. però stavolta niente palle, solo sangue. è un gusto dolciastro, nauseante, insomma... lo conoscete. quella roba a metà tra ferro e uova marce. il gusto del sangue. ho bisogno di qualcosa che me lo tolga dalla testa. ho bisogno di uscire di qui. forse una doccia mi schiarirà le idee.

forse una doccia mi schiarirebbe le idee, se nella vasca non ci fosse già un occupante. anzi, una occupante. un metro e sessanta, capelli castani tagliati corti, un visino che in altre circostanze me la scoperei senza pensarci su due volte. ma in questa, di circostanza, lei è morta e guarda il soffitto con occhi dorati. è immersa in acqua che forse un tempo era calda per evitare che i tagli sui polsi si richiudessero, ma adesso è schifosamente tiepida. e schifosamente marrone. non rossa, marrone. mi fisso su quel particolare, sul colore dell'acqua, forse per non impazzire, non so.

e resto lì per quelle che sembrano ore, ma forse sono solo minuti, non so neanche questo. quello che so è che a un certo punto suona il cazzo di telefono e vado a rispondere ed è il direttore e mi chiede come mai non sono andato al lavoro e io dico che non mi sento bene e lui dice che mi licenzia e io dico sì. dico:

"sì".

poi riattacco e vado in bagno e spero che lei si sia mossa ma è ancora lì, cazzo. le guardo i seni, due isolotti belli tondi che emergono appena da quel mare di sangue. le guardo le labbra, di un viola pallido che mi ricorda le sfumature di qualche cazzo di fiore malato. le guardo gli occhi, sono dorati, una tonalità che non ho mai visto negli occhi di nessuno prima d'oggi. e quel pensiero che affiora lento come un cadavere rimasto per giorni sott'acqua.

devo toglierla da lì, penso.

prima ozioso, poi sempre più impellente, grida, comanda, ma io non riesco a muovere un muscolo. alla fine mi avvicino, infilo la mano nell'acqua, quasi sfioro i suoi piedi e tolgo il tappo e guardo il risucchio e vedo le sue forme nascoste che si rivelano. e la prendo delicatamente per le spalle e la sollevo e penso che è leggerissima.

e poi quel particolare, quello che mi fa sprofondare definitivamente in questo cazzo di delirio.

un paio d'ali, sulla sua schiena, fradicie di sangue ma ancora riconoscibili, le ali di una farfalla.

Postato da: abteilung a 23:47 | link | commenti (16) |
abteilungs symphonies

Ridda che urla
la disgrazia del mondo.
Rondini nere.

(Haiku mattutino, 5,7,5)

Postato da: Vespero a 06:04 | link | commenti (7) |

domenica, 28 agosto 2005

UNA INDAGINE FRETTOLOSA

Il laboratorio era immerso in un afrore pungente.
L’unico ricercatore presente, il dottor G.,  si muoveva con una mascherina sulla bocca, facendo attenzione a non urtare alambicchi e boccette in fila sui ripiani di banchi lustri e asettici.
Camminava lentamente, reggendo nella mano destra un vetrino con una sostanza che avrebbe dovuto studiare al microscopio elettronico; sapeva che la parte più antipatica dell’esame era la preparazione della replica, ma elementi organici non avrebbero potuto essere osservati senza una particolare procedura che rendesse il campione sensibile al fascio di elettroni. Quando la replica fu pronta, il dottor G. si spostò nella Sala Microscopi .
Sullo schermo cominciarono a formarsi le primi immagini, ma dovette salire a oltre 10.000 ingrandimenti, prima di poter avere, nitida, l’immagine dello sconosciuto oggetto: appariva come una virgola rovesciata, di un colore simile al rosa salmone; tutt’intorno piccolissime particelle, di qualche angstrom di grandezza perché dovette andare a 100.000 ingrandimenti per una definizione ottimale. La virgola era diventata un fiume e le particelle tante piccole imbarcazioni ferme agli argini.
Aveva chiesto di poter studiare quell’agglomerato di organismi mentre erano vivi, ma data l’incognita legata alla natura dell’oggetto che doveva esaminare, gli era stato proibito dal Capo laboratorio, l'arcigno professor Gast, per il timore che riproducendosi per qualche fatale errore, la misteriosa virgola avrebbe potuto diventare pericolosa per la salute di tutto il personale. Si sospettava, infatti, che si trattasse di un  virus capace di annientare un intero paese in pochi giorni.
G. sapeva però che nello stanza di Gast, giacevano diverse bottigline con agenti vivi,  conservati in un piccolo contenitore refrigerante. Un pensiero  cresceva nella sua mente: quella poteva essere l’occasione per vendicarsi di tutte le angherie e i soprusi che aveva dovuto sopportare dai colleghi più anziani ma, soprattutto, dal Professore.
L’idea cominciò a radicarsi, a lavorare come un tarlo, a suggerirgli visioni di apocalittica rivincita, tanto che a  sera, la decisione ormai era presa.
Entrò nell’ufficio del Capo e si avvicinò al contenitore, l’aprì con molta cautela e tirò fuori una boccetta della micidiale miscela.
Si dirigeva verso l’uscita: la sua meta era il bidone dell’acqua potabile sistemato nel corridoio al quale attingevano tutti i dipendenti del laboratorio per dissetarsi. Scoperchiò il contenitore e con una mossa fulminea scaricò il contenuto della boccetta all’interno.
"Cosa sta facendo?"
La voce imperiosa del Prof Gast gli fece mancare il terreno sotto i piedi e l’ambiente cominciò a ruotargli intorno; fece appena in tempo a nascondere la boccetta, ormai vuota, in una tasca dell’impermeabile e scivolò sul pavimento,, svenuto.
Quando riprese i sensi, Gast era inginocchiato accanto a lui e gli reggeva la testa, mentre il suo autista gli stava istillando con una pipetta, al lato della bocca, acqua prelevata dal bidone.
"No! l’acqua no…"
"Perché l’acqua no?"
"Temo che sia vecchia… forse è meglio un cordiale…"
"Ma no, cosa dice...Qui ci vuole un bel bicchiere d'acqua!"
Il dottor G  svenne di nuovo.
Il prof Gast ordinò al suo autista di condurlo a casa e chiamare un medico..
G. rimase assente dal lavoro per quattro giorni. Al quinto giorno lo videro rientrare pallido, affaticato e dimagrito. Si presentò al suo capo.
"Sono qui per terminare l’analisi sulla replica dell’oggetto sconosciuto, che voglio portare a termine oggi stesso per sapere di cosa si tratta.  Voglio sapere, per tutta la fatica che mi è costata in questi giorni stare ore e ore nel mio orto di Getsemani"
Gast lo guardò stupìto di quell'affermazione
"Stia tranquillo Dottore, mi è stato comunicato dal laboratorio che segue la medesima ricerca, che si tratta di volgari "escherichia coli" , enteropatogeni sì ma non è il  virus del colera asiatico come in un primo tempo sospettato.
E poi, sa, aveva ragione, l’acqua potabile del vecchio bidone era diventata opaca e così ho fatto subito sostituire il bidone con uno nuovo, prima che qualcuno di noi potesse berla.

Postato da: macrame a 19:13 | link | commenti (5) |
giallocomic

Rosario

Abitavo in un paese dimenticato dal tango e dalla guerra sotto altre forme.Affari d'oro per lupi o autistici,e nessun circo moscovita tornava a rapirci.Per cui non ci sembrò un'idea particolarmente più idiota della media quella di stordirci abbastanza da trovare il fegato per trascorrere una notte quattro metri sottoterra nella costruenda tomba dei Rush al cimitero degli inglesi.Contro la banalità dell'abisso e per scoprire l'osso l'avevamo deciso.Eravamo i nuovi centurioni quell'anno, il metallo infuriava nelle nostre orecchie da diavoli lussuriosi,incompiuti come nella canzone.Franco era passato a prendermi alle due del mattino,poi era stato il turno di Giosuè.Una vecchia bibbia sconsacrata e due scorreggie in un mare di birra ci facevano compagnia nell'attesa che Satana portasse le nostre anime nel regno suo ,e di Morfeo.Ma qualcosa andò storto poichè quando fui ritrovato i miei compagni giacevano esangui col torace pieno di buchi e cominciavano a puzzare.Qualcuno evidentemente ci aveva sorpresi nel sonno e aveva deciso di risparmiarmi.La cosa non mi lasciò indifferente,anzi passai i successivi otto anni tra cliniche psichiatriche e presidi di riabilitazione mentale a rielaborare il lutto sotto l'amorevole supervisione del dottor Tacchi,una vecchia conoscenza di mio padre,che non era neanche caro.E ora sono di nuovo pronto a colpire

Postato da: diamonds a 11:30 | link | commenti (18) |

sabato, 27 agosto 2005

Nello stomaco
il vuoto pneumatico
e sangue denso.

(Haiku emetico 5,7,5)

Postato da: Vespero a 12:46 | link | commenti (13) |

mercoledì, 24 agosto 2005
Il mio monte preferito

I casi erano due: o la carta dell'Europa politica appesa alle pareti scrostate della terza A maschile era tutta sbagliata o la geografia da scienza scadeva a semplice opinione. Quell'Urss color verdone che campeggiava a Oriente, infatti, era ben dentro l’Europa. Non potevano esserci dubbi, né questioni. Se quella era la carta del nostro continente,  l’Urss, almeno la parte fin oltre gli Urali (poi avrei scoperto che ce n'era un altro bel pezzo...), ne faceva sicuramente parte. Guardare per credere!.

Ma se era davvero così, le cose non tornavano. Perché il maestro Serri stava dicendo che la cima più alta d’Europa “è il nostro Monte Bianco, con i suoi 4810 metri”. Sì, così stava dicendo il maestro: “il nostro Monte Bianco”, sottolineando il possessivo con enfasi e orgoglio, mentre si vedeva bene, anche sulla cartina piccola del sussidiario, che per almeno metà quel monte andava diviso con i francesi.

Quest’ultima cosa, in verità, mi costava un po’ doverla ammettere, ché quelli della Francia mi stavano antipatici. Però era così, e tanto valeva riconoscerlo. Ma il punto non era quello: l’appropriazione indebita della parte francese del Monte Bianco, tutto sommato, non mi interessava granché. Mi disturbava, invece, e molto, il primato che  il maestro Serri aveva appena attribuito a quel monte. Io avevo scoperto, nella carta della “Europa fisica” – quella tristanzuola, colorata solo di verdini, beige e marroncini, con i mari di varie tonalità di azzurro, a seconda delle profondità – un monte alto 5642 metri. Elbrus, si chiamava. Era in mezzo a una massa color bruno scuro, sulla quale c’era scritto  “Catena del Caucaso”, e sembrava ben dentro i confini dell’Urss.

Per sicurezza, ero anche andato a vedere  nella carta con le nazioni il punto esatto in cui era indicato quell’Elbrus lì, e avevo potuto verificare che era sicuramente dentro l’Urss, e pure di un bel po’. Dunque, se l’Urss stava in Europa – e la carta dell’Europa politica non lasciava dubbi al riguardo – l’Elbrus era sicuramente la vetta  più alta del continente. Ne ero così convinto che alzai la mano.

“Sì, cosa c’è?” mi chiese Serri appena se ne accorse.

“Signor maestro” dissi alzandomi in piedi “io credo che il monte più alto d’Europa non sia il Bianco ma l’Elbrus”.

Il maestro contrasse tutti i muscoli del viso, “Bene bene” sibilò, aggrottando le sopracciglia “avete visto, bambini? Mentre tutti voi venite qui per imparare, il signorino P. viene qui per insegnare. Allora, signorino P., vuoi spiegare a tutti noi poveri ignoranti cos’è questa novità?”.

“Sì, signor maestro, è tutto chiaro lì, nelle carte geografiche, quella fisica e quella politica…”.

“E cosa ci sarebbe, sulle carte geografiche?” fece lui con tono irridente.

“Che l’Elbrus, che è alto più di cinquemila metri, è nell’Urss, e che l’Urss è nell’Europa. Quindi l’Elbrus è il monte più alto dell’Europa”.

Serri buttò uno colpo d’occhio alle grandi carte alla parete, ma dovette pentirsene subito, forse perché gli era sembrato – così facendo – di dar credito alle sciocchezze di un bambino. Quindi si avvicinò al mio banco, con uno sguardo decisamente poco promettente. “Ascoltami bene, e ascoltatemi anche tutti voi, bambini” disse con voce stentorea girando lo sguardo all’intorno. “Se vi dico una cosa è perché è quella, altrimenti non ve la direi. Se dunque vi ho detto che il nostro Monte Bianco è la cima più alta d’Europa è perché è proprio così, chiaro? È chiaro anche a te, signorino P. ? O pensi di saperne più di me?”

“No, signor maestro, ma le carte…” provai a dire.

“Alle carte continuerai a pensarci fuori dalla porta” mi zittì severo. “Perché, visto che insisti, tu adesso mi fai il sacrosanto piacere di uscire fuori dall’aula”.

“Ma veramente, le carte…” provai ancora ad oppormi. Si arrabbiò davvero.

“E basta, con queste carte. Anche se lì sopra l’Elbrus può sembrare in Europa, la verità è che sta in Asia, vuoi capirlo o no? E ora fuori…”

Non mi restò che ubbidire e avviarmi verso la porta. Ma muovendo dal mio banco, il penultimo della fila centrale, ebbi un'illuminazione e, arrivato alla porta, l’aprii e la richiusi, rimanendo all’interno. Il maestro, livido, ripeté l'ordine. “Fuori, ti ho detto”.

“Ma io sono già fuori, signor maestro. Sembro dentro l’aula, ma la verità è che sono nel corridoio.”

Non ebbi modo di godere molto delle risate dei miei compagni, perché Serri mi mandò immediatamente a casa, con una nota sul quaderno dove si parlava di qualcosa come “grave mancanza di rispetto” e si annunciava l'intenzione di richiedere al direttore didattico la mia sospensione dalle lezioni  per almeno tre giorni.

Mio padre, quando lesse quelle righe, mi fulminò con lo sguardo. “Cosa hai fatto?” mi chiese. Raccontai l'accaduto, temendo di tutto e di più. Ma alla fine, con mia grande sorpresa, il genitore si limitò a una divertita scarruffata ai capelli e, durante il pranzo, a un continuo sghignazzare.  Non venni sospeso e in qualche modo, pur tra qualche vessazione del maestro Serri, finii la terza. L’anno successivo, i miei pensarono bene di non farmi correre rischi e mi iscrissero all’altra sezione, quella della maestra Mura. Quarta B, classe mista. Grandioso: per la prima volta, andavo a scuola con le bambine. E tutto grazie all’Elbrus. Che da allora è il mio monte preferito, non ve l’avevo ancora detto?

P.S. Su gentile richiesta del signor D. Al quale debbo precisare che  il protagonista dell’aneddoto non è il sottoscritto ma un compagno di classe. Anche se mi sarebbe piaciuto essere nei suoi panni almeno in quell’occasione, come ben dimostra  la scelta di raccontare in prima persona. Ma, ahimè!, non sono mai stato, né sono né sarò mai capace di simili colpi di genio.

Postato da: giorgioflavio a 13:32 | link | commenti (22) |

Sulla cima della torre di giada, un vecchio istruisce i giovani. Insegna loro che  la torre è immensa e dona tutto ciò di cui si può aver bisogno, e che è inutile, è follia, sperare di trovare delle uscite. Dall'alto indica le foreste, i laghi  lontani, ammassi di pietra brulicanti, e insegna che sono solo trappole del Nemico per attirare verso l'esterno, verso la perdizione.
A volte, quando è solo, il vecchio si incanta di fronte ad un'alba.
I bambini e i ragazzi rispettano il vecchio, ma non riescono a credere che sia tutto lì, che la torre possa offrire davvero ogni cosa. Alcuni passano i loro primi anni in cerca di un'uscita, ma crescendo comprendono la loro stupidità e si  dedicano a lavori utili agli altri abitanti.
Altri continuano a cercare. In silenzio, ostinatamente.
Alcuni, ormai vecchi, decidono di tornare dal loro insegnante e supplicarlo di mostrar loro una via di fuga. Tornano e trovano la cima della torre deserta. Molti se ne vanno. Altri, colti da un sospetto improvviso, si sporgono dalla torre e guardano verso il basso, e vedono mucchi di ossa, e brandelli di vestiti.
Sulla cima della torre di giada, quei vecchi istruiscono i giovani. Insegnano loro che la torre è immensa e dona tutto ciò di cui si può aver bisogno, e che è inutile, è follia, sperare di trovare delle uscite.

Postato da: CaudaPavonis a 13:09 | link | commenti (7) |

Dioniso, Pan.
Il velo dell'Egida
lontano da me.

(Haiku in peh 5,7,5)

Postato da: Vespero a 00:23 | link | commenti (2) |

martedì, 23 agosto 2005
LA MONTAGNA SACRA(2,3)

"otto anni fa era stata ricoverata con urgenza,mia madre al Brotzu,con una diagnosi in divenire.Sarebbe sopravvissuta giusto due settimane con la diagnosi rimasta ai blocchi di partenza(fatta salva un'audace constatazione di cessazione del battito cardiaco rilevato nella cartella clinica.Quando con mio padre ci ritrovammo a disfare i bagagli(prontamente messi a nostra disposizione dall'autorità ospedaliera),fummo sconcertati nel ritrovare un farmaco,fornito dall'assistenza sanitaria,scaduto da tre anni.Si trattava di una specie di aereosol,non un prodotto salvavita,sia detto(ricordando però a questo punto che in cartella ci stavano pure pleurite e broncopolmonite).Lo sgomento e il dolore di quei giorni mi impedirono di affrontare le cose col giusto piglio.-lettera firmata"______________________________ "Il Giornale di Sardegna-Posta dei lettori-lunedì 31 gennaio 2005".:::::::::::::::::: Beh,il farmaco,per chi fosse interessato,era Salmenterolo Xinafonato,e si chiamava Serevent.Recentemente sono stato a trovare uno zio sempre in quel presidio,e ho visto che hanno cambiato sistema.Adesso ai ricoverati servono confezioni monodose ,estrapolate dalle scatole originarie,in maniera tale che sia tutto molto poco contestabile nell'immediato.E non voglio nemmeno sapere quali traffici galenici si svolgano dietro le quinte(Ma del resto,come recita il teorema di Lavoisier,non si butta via nulla).Sono sempre stato un po polemico nei confronti della verità ufficiale,a cominciare da un'infantile polemica con un'ottima maestra elementare affetta da etnocentrismo che voleva farci credere che il Monte Bianco fosse la cima più alta d'Europa.Io le tuonavo contro come un lemure infuriato sostenendo che tale guinnes appartenesse all'Elbrus,nel russo Caucaso,e magari ci azzeccavo

Postato da: diamonds a 13:31 | link | commenti (17) |

 

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