L.A.NOIR

Storie di funghi sotto i ferri (straight on till morning) **Elementi di Tenebra -"Il passato è una terra straniera"-Davanti,Sua Maestà Il Futuro(dilazioni) #"Se spezzi il nucleo dell'atomo ci troverai racchiuso il sole"# -----Guai ai Vinti------(La piccola bottega dei clangori)§§§§§§§§§§§ "Scrivevo silenzi, notti, notavo l'inesprimibile, fissavo vertigini"

sabato, 23 giugno 2007
Diario di uno psicolabile - Pubblico

Avevo bisogno di pubblico.

Fu questa la considerazione che mi balenò alla mente. Ma non al presente, non come un imperativo categorico, no. Era un imperfetto falsato, un tempo inesatto così come lo era l’intero costrutto mentale che avevo faticosamente costruito per distogliermi da ciò che stavo facendo.

Avevo bisogno di pubblico. Ma per cosa?

Non stavo facendo niente, non ero da ammirare, non ero niente in quel momento: sfatto da una mattinata distruttiva ero semplicemente lo scarto di un incubo, di un sogno finito male; eppure, sapevo che serviva qualcosa, o qualcuno, che mi osservasse per confermare questa mestizia.

Avevo bisogno di pubblico per denigrarmi, per offendermi.

Era un narcisismo a rovescio, un egocentrismo corrotto e travestito da masochismo. C’era qualcosa che non andava in me, ma non potevo saperlo né vederlo. Com’ero in quell’opera? Come si rapportava a me quel mondo ignaro della mia incapacità? Dovevo saperlo, dovevo avere qualcuno in grado di esaminarmi e di sputarmi metafisicamente addosso la sua stizza.

Avevo bisogno di pubblico.

Continuava a lampeggiarmi questo neon neurale in testa, sul fondo della parete del cranio, premendo contro il cervello per avere il suo riconoscimento, il suo status di chiodo fisso, di necessità assoluta. Non riuscii ad andare avanti con le mie operazioni, accortomi della necessità di questo pubblico fantomatico, di questa invisibile presenza che si potesse ergere a giudice delle mie azioni.

Avevo bisogno di pubblico, e ne avevo bisogno subito.

Lo specchio? Non è imparziale lo specchio, non è attento; è un riflesso di una riflessione, niente di più che uno scherzo della fisica quantistica, in grado di darti attenzioni solo se tu le dai a lui. Lo specchio non solo ti mostra il rovescio della tua esistenza, ma lo fa solo in cambio di eguale attenzione. Non ti dice niente lo specchio, non ti trasmette niente. Fa solo ciò che deve senza un perché, senza un motivo. Lo specchio? Non mi bastava.

Avevo bisogno di pubblico.

Amici? Quella fu la mia maledizione, non ne avevo sottomano, non c’erano persone disposte a sorbirsi l’opera improba di osservarmi in silenzio sperando poi di esser abbastanza analitici e spassionati da potermi dire quanto in basso ero caduto. E stavo sudando, accanendomi contro un bisogno irrealizzabile con un gesto di conforto o pietà; non mi serviva altro che pubblico, la massa anonima od anche solo il singolo critico senza volto che ti indica e ti giudica. Non si capisce niente, eppure ti può dire tutto.

Avevo bisogno di pubblico, anonimo ed esatto.

Mi massaggiai le tempie mentre cercavo di capire, d’intuire, di sapere. Dove trovare il mio pubblico migliore, il più splendido pubblico possibile? Dove, sussurravano i polpastrelli alle tempie mentre carezzavano le sopracciglia, sfiorando il bordo delle palpebre. Ed è lì, in quell’istante, che ebbi l’illuminazione gridata, il lampo che illumina il genio prima di polverizzarne le ossa. Seppi cosa fare, come vivere ancora.

Avevo trovato il pubblico.

All’inizio fu difficile, fu doloroso ed imperfetto. Le dita erano inesperte, il tratto duro e graffiante. Penso che non fossero mai state create per questo scopo, e non so quanto durerà il tutto: ma ero riuscito a farlo. Superato il confine delle palpebre, afferrato delicatamente il bulbo nell’orbita, estrarlo fu qualcosa di simile ad una violenza al contrario, ad uno stupro in uscita e non in entrata. I nervi ottici furono difficili da tenere collegati, tiravano contro il tessuto e più di una volta immaginai si potessero strappare. Ma Lui era il mio pubblico, e lo comprese, adattandosi a quell’impossibilità anatomica. Elastici, di un blu maledettamente intenso macchiato di rosa come un cielo fra il tramonto e la notte, si distesero fino a permettermi di poggiarlo sulla scrivania, di fronte a me. Vidi la mia iride e la bianca sclera avvolta da una ragnatela di capillari fissarmi, e MI VIDI.

Avevo trovato il pubblico, ero IO il mio pubblico.

Credo piansi, mi fu difficile accorgermene in quel momento: dovevo tornare al lavoro.

Postato da: Rosencranz a 19:37 | link | commenti |


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