Storie di funghi sotto i ferri (straight on till morning) **Elementi di Tenebra -"Il passato è una terra straniera"-Davanti,Sua Maestà Il Futuro(dilazioni) #"Se spezzi il nucleo dell'atomo ci troverai racchiuso il sole"# -----Guai ai Vinti------(La piccola bottega dei clangori)§§§§§§§§§§§ "Scrivevo silenzi, notti, notavo l'inesprimibile, fissavo vertigini"
Era primavera e in primavera quel che mi viene meglio fare è perdere tempo. D'estate il caldo mi blocca, fa l'effetto di un panno passato su una lavagna piena di segni. Se ci pensate la vera fine dell'anno arriva con l'estate. Le abitudini, i programmi che guardate in tv, le amicizie invernali. Tutto spazzato via dal caldo e da quella smania di viaggiare, andare altrove chissà poi perché, forse perché abbiamo bisogno di qualcosa da rimpiangere.
Ma era primavera, e ancora potevo permettermi di perdere tempo, indugiare. Assaporavo tutto come se fosse l'ultima volta. L'annunciatrice che annunciava l'ultima puntata del mio telefilm preferito, una canzone alla radio che avevo ascoltato per tutto l'anno e che presto sarebbe stata rimpiazzata dalle hit da spiaggia, una piccola abitudine presa nei mesi freddi. Fermarsi ancora in quel bar che in settembre era sembrato una novità e bere un caffè, sapendo già che di lì a un mese sulla saracinesca abbassata a quell'ora il sole avrebbe bussato ferocemente.
Era ancora primavera, di lì a poco però sarebbe già stata estate. Perdevo tempo, ripensavo a certi volti, alcuni anche distanti nel tempo, volti che la canicola di luglio e agosto avrebbe dissolto. Pensavo a quel momento in cui si fa una cosa per l'ultima volta, senza neanche rendersi conto che sarà l'ultima.
L'ultima volta che hai parlato con una ragazza che amavi, l'ultima volta che hai ascoltato un disco che prima suonavi ogni giorno, l'ultima volta che hai preso il caffè in un certo bar dove sei andato per un anno intero. L'ultimo giorno di primavera.
quando il primo raggio di sole attraversa il vetro sporco e si posa esattamente sulla mia palpebra sinistra, che la destra è affondata nel cuscino, e sotto di essa l'orecchio destro tutto storto contro la stoffa sporca del suddetto guanciale, quando entra e si posa dicevo, muovo la mano per un istinto riflesso, o un riflesso istintivo, come a cacciar mosche. e mi rigiro.
più tardi entrano altri raggi, ma a svegliarmi del tutto ci pensa uno strano sbattere di là nel bagno, così spalanco per bene tutt'e due le pupille, e le tengo sbarrate a guardarmi intorno e chiedermi finalmente dove sono piombato.
e allora, solo allora, mi accorgo che la televisione è stata accesa tutta la notte, su un canale che trasmette videopredicatori non stop, il monoscopio del canale è una colomba che regge un minuscolo ramoscello d'ulivo nel becco e pare abbia una croce che le spunta dal culo. qualcuno ha abbassato l'audio a livelli impercettibili per cui vedo solo la bocca del pastore che si muove ma non sento le sue parole evangeliche.
e penso: "mio dio, mio signore, dove mi sono perso, perché mi hai abbandonato in questo motel in mezzo al nulla, mio dio aiutami ti prego", allora stacco l'orecchio torturato dal cuscino e vedo la stanza con la moquette bruciacchiata come nelle migliore tradizione, il velluto color rosa marcio della testiera del double bed in cui mi trovo steso, sento un odore acre, di sigaretta spenta ormai da molte ore, e anche di qualcos'altro, qualcosa che la mia mente si rifiuta di catalogare.
apro il cassetto del comodino sghembo e dentro c'è, come potrebbe non esserci, una bibbia scritta in americano, così la prendo e leggo a caso sottovoce per minuti o per ore non saprei, cerco di sincronizzare i movimenti della mia bocca con quelli del telepredicatore. salmodio per trovare il coraggio finche non lo trovo.
e allora vado in bagno evitando di guardare il preservativo buttato sul pavimento di piastrelle bianche sbrecciate, lo escludo dalla mia visuale come si escluderebbe uno scarafaggio che zampetta veloce verso lo scarico del cesso, vado direttamente allo specchio sopra il lavello, faccio scorrere l'acqua, poi ritrovo il coraggio di prima e mi guardo, la mia faccia grottescamente deformata dal rossetto sbavato, gli occhi neri di mascara "dio mio" penso "che cos'è questo, chi mi ha fatto questo?", lavo via tutto, continuo a pregare cercando di scacciare i ricordi, di altri buchi neri come questo in cui sono stato risucchiato e da cui sono uscito con lividi peggiori.
la cosa che sbatteva prima è sparita, cerco di capire cos'era ma nel bagno non c'è nessuno, e nulla che potrebbe aver provocato quel rumore. allora torno in camera da letto, cerco i miei vestiti ma trovo solo un abitino rosa, da donna, estivo con le bretelle, e calze a rete e un paio di giarrettiere e scarpe col tacco a spillo. c'è una parte di me che sa perché questi abiti sono qui, ma non la voglio stare ad ascoltare. almeno il mio portafoglio, quello, non sembra diverso, ci sono tutti i soldi dentro, e i documenti che attestano la mia vera identità.
più tardi verso sera, con addosso un paio di jeans neri e una polo dello stesso colore acquistati sull'interstate in un negozietto per camionisti, me ne sto a guardare i cabover che passano a tutta velocità dalle vetrate sudicie di un diner inn. la mia mano giocherella con la croce che ho trovato appoggiata sul comodino del motel, accanto al portafoglio. me la appunto sulla polo, proprio sul cuore. muovo le labbra senza proferire suono, come il predicatore visto in tv.
la scena al supermercato è pietosa come me l'ero immaginata. quando esco dall'ufficio della direzione per quella troia tettona della segretaria sono diventato invisibile. stringo in mano la busta con la liquidazione, e mi tolgo uno sfizio. tiro fuori l'assegno circolare da cinquecento euro e le dico:
"è tuo se mi fai un pompino."
lo sguardo di sconcerto che leggo nei suoi occhi basterebbe già, ma quello che ci leggo dopo è ancora meglio: calcolo. lo vedo bene che la puttana ha valutato la possibilità, anche solo per un istante. le sfilo via la cartaccia da sotto il naso e la saluto con un:
"troppo tardi bella, hai avuto la tua occasione".
il pasqua e wanda mi guardano passare con espressione soddisfatta, anche se il pensiero che loro restano lì a marcire deve rovinargli parecchio la festa. quel cazzone del pasqua ha persino il coraggio di rivolgermi un saluto. wanda no, lei se la ride alle mie spalle, la sua figa è troppo preziosa perché si disturbi per il sottoscritto. non c'è problema, se non sarà la figa sarà il culo, vedrai bella mia. l'unica che non vedo è maria, e non posso neanche immaginare che quella troietta se ne sta nel suo magazzino pulcioso a versare calde lacrime. donne, vai a capirle.
il motivo per cui non me ne frega un cazzo di aver perso il posto al supermercato è lo stesso per cui sono stato radiato dalla polizia, lo stesso per cui potrei vivere senza lavorare per il resto della mia vita del cazzo. il giusto compenso di dieci anni di lavoro in mezzo a un branco di sbirri di merda. tornando a casa passo a trovare mia nonna. mi chiede come mai non mi faccio mai sentire, non mi preoccupo neanche di sapere se è ancora viva. mi dice che la settimana scorsa mi ha telefonato perché stava male e aveva bisogno di qualcuno che l'accompagnasse all'ospedale, ma il mio cellulare suonava sempre a vuoto. mi chiede come mai non l'ho richiamata. col cazzo che ti richiamo, nonnina, e ringrazia ancora che mi sei utile, molto utile, altrimenti non mi vedresti neanche quelle rare volte.
le rifilo un bacio e le dico che sono stanco, vado a riposarmi un po' nella mia vecchia stanza. senza ascoltare la sua risposta mi infilo nella camera da letto di quando ero bambino, ma non sto certo lì a perdermi in cazzate sentimentali. vado dritto all'armadio, polveroso e pieno di vestiti che dovrebbero ricordarmi la mia infanzia ma non mi ricordano proprio un bel cazzo di niente, sfilo una specie di doppio fondo e contemplo il mio tesoro.
sono bianche, pure, l'unica cazzo di cosa pura della mia vita, le bustine. un chilo di eroina purissima. non hanno mai potuto dimostrare che l'avevo presa io. certo, dopo hanno fatto di tutto per mettermela in culo e ci sono riusciti. mi hanno radiato con infamia, per via di un paio di puttane che sono andate a raccontargli certe cosette. ma la droga quegli stronzi non sono mai riusciti a trovarla. anche se il fatto di finire in prigione è l'ultima delle mie preoccupazioni. se si sapesse che ho questa roba, qualsiasi tossico della città mi scannerebbe senza pensarci su un'istante per averla. per non parlare di quelli a cui l'ho presa. ecco perché la tengo dalla nonnina.
prendo una decina di sacchetti ed esco sparato, per non ascoltare le lamentele della vecchia. faccio la strada fino a casa di corsa, non so neanch'io perché, e mi chiudo la porta alle spalle come se mi inseguissero i cani dell'inferno.
poi mi calmo, vado a pisciare, e faccio una telefonata.
dove ho passato il fine settimana? in una galleria del vento sparato a mille chilometri l'ora, mi suggerisce la testa che pulsa come un cazzo di qualcosa che pulsa davvero forte. non avere coscienza delle ultime quarantotto ore può essere molto preoccupante, anche perché ormai lo so tutto quello che posso combinare quando mi succedono queste cazzo di cose... come svegliarsi col sapore di sangue in bocca sputando palle di pelo. però stavolta niente palle, solo sangue. è un gusto dolciastro, nauseante, insomma... lo conoscete. quella roba a metà tra ferro e uova marce. il gusto del sangue. ho bisogno di qualcosa che me lo tolga dalla testa. ho bisogno di uscire di qui. forse una doccia mi schiarirà le idee.
forse una doccia mi schiarirebbe le idee, se nella vasca non ci fosse già un occupante. anzi, una occupante. un metro e sessanta, capelli castani tagliati corti, un visino che in altre circostanze me la scoperei senza pensarci su due volte. ma in questa, di circostanza, lei è morta e guarda il soffitto con occhi dorati. è immersa in acqua che forse un tempo era calda per evitare che i tagli sui polsi si richiudessero, ma adesso è schifosamente tiepida. e schifosamente marrone. non rossa, marrone. mi fisso su quel particolare, sul colore dell'acqua, forse per non impazzire, non so.
e resto lì per quelle che sembrano ore, ma forse sono solo minuti, non so neanche questo. quello che so è che a un certo punto suona il cazzo di telefono e vado a rispondere ed è il direttore e mi chiede come mai non sono andato al lavoro e io dico che non mi sento bene e lui dice che mi licenzia e io dico sì. dico:
"sì".
poi riattacco e vado in bagno e spero che lei si sia mossa ma è ancora lì, cazzo. le guardo i seni, due isolotti belli tondi che emergono appena da quel mare di sangue. le guardo le labbra, di un viola pallido che mi ricorda le sfumature di qualche cazzo di fiore malato. le guardo gli occhi, sono dorati, una tonalità che non ho mai visto negli occhi di nessuno prima d'oggi. e quel pensiero che affiora lento come un cadavere rimasto per giorni sott'acqua.
devo toglierla da lì, penso.
prima ozioso, poi sempre più impellente, grida, comanda, ma io non riesco a muovere un muscolo. alla fine mi avvicino, infilo la mano nell'acqua, quasi sfioro i suoi piedi e tolgo il tappo e guardo il risucchio e vedo le sue forme nascoste che si rivelano. e la prendo delicatamente per le spalle e la sollevo e penso che è leggerissima.
e poi quel particolare, quello che mi fa sprofondare definitivamente in questo cazzo di delirio.
un paio d'ali, sulla sua schiena, fradicie di sangue ma ancora riconoscibili, le ali di una farfalla.
La nave viene sballottata dalle onde come un guscio di noce (similitudine non molto originale, ma nel sogno è proprio così che la vedo). Mi ricorda il Pequod, anche se non è una baleniera. A bordo ci siamo soltanto io, un vecchio e un ragazzino. Il vecchio dice che deve riuscire a sottrarsi alla Legge per un certo periodo. Mi dice anche il lasso di tempo esatto per cui deve fuggire. Penso che sono solo pochi giorni, meno di un mese, ma per qualche ragione è importante lo stesso. Del ragazzino non ricordo molto. Poi sono nel supermercato. Al posto delle corsie con gli scaffali ci sono orti, al posto del pavimento c'è terra bruna e smossa. Lei arriva leggera come una libellula. Ha ali d'insetto e zampe di cavalletta, ma è bellissima. Dice che posso pagare con le mie lacrime. Ha una specie di ampolla di cristallo con cui le raccoglie, e io non riesco a smettere di piangere...
Mi sveglia qualcosa che batte contro il vetro. Non credo ai miei occhi. Una qualche cazzo di insetto che salta e ricade, in continuazione. Esco e schiaccio la merdosa cavalletta. Mi fanno schifo gli insetti, uno schifo irrazionale, ma non riesco a controllarmi. In testa ho strane immagini di qualche cazzo di nave antica e del supermercato dove lavoro, ma stravolte, come succede in quei cazzo di sogni. Accendo la televisione e lavo via quelle immagini come l'aria condizionata del centro commerciale spazza via quel poco di abbronzatura che mi è rimasta.
E' un bel po' che non riesco ad andare in palestra. Risultato: muscoli flaccidi, pancia e braccine a mo' di stecco. MI faccio schifo da me. Oggi al lavoro sono nervoso e c'ho due occhiaie così. Lo so che dovevo starmene ancora a casa, ma ho preso troppi permessi per malattia e non posso permettermene altri. So anche che tutto questo porterà disgrazie. E' la teoria del branco. Non bisogna mostrare debolezza, altrimenti ti saltano subito alla gola. Mi aspetto guai dal Pasqua, ma non è da lì che vengono. Altra regola del cazzo, i cazzi non arrivano mai da dove te li aspetti.
Suona il cellulare, e sei tu. Mi chiedi perché non avevo il telefono acceso, ieri. Rispondo che stavo male, che sono stato tutto il giorno a letto. Sento freddezza nelle tue risposte, ti sento lontanissima. Dici che non tornerai ancora. Non sai neanche quando tornerai. Riattacco incazzato, pronunciando parole come puttana e stronza. Adesso ho bisogno di sfogarmi. So con chi farlo.
Negli ultimi due giorni non mi sono neanche riuscito a tirare una sega. Ho bisogno di rilassarmi, ho bisogno di un diversivo. Attraverso i vari settori alla ricerca della mia preda. Lo spirito della caccia mi ridà un po' di sicurezza in me stesso. Anche se si tratta di ben misera caccia. Maria era una bella ragazza, prima. Ma adesso è solo una povera disgraziata da compatire. Dopo che un qualche cazzo di ubriaco se l'è arrotata per bene solo la compassione e le leggi dello stato italiano le hanno procurato un lavoro in magazzino con mansioni puramente simboliche. Simboliche del cazzo, secondo me ci sono altri modi in cui può guadagnarsi uno stipendio. Una troia su una sedia a rotelle è pur sempre una troia, no? E per fare un pompino basta la bocca.
Quando mi vede sa già cosa l'aspetta e non sembra molto felice. Di solito faccio un po' lo smanceroso giusto per rendere le cose meno squallide, ma oggi sono incazzato di brutto. Lei tenta l'ultima carta:
"C'è in giro il direttore. Se ci becca sono guai..."
"Sai quanto cazzo me ne frega del direttore? Se mi sbatte fuori di qui mi fa un favore..."
"Ma a me no. Io ho bisogno di..."
"Ma che cazzo stai a dire? Lo sai perché sei qui, no? Tu non hai bisogno di nulla."
La spingo nello stanzino delle scope (mai nome fu più appropriato) e mi slaccio i pantaloni. La rassegnazione che vedo nei suoi occhi mi eccita ancora di più. Me lo prende in bocca e inizia ad andare su e giù. In fondo la troietta è davvero brava.
Cazzo, penso, meglio di una sega c'è solo una pompa. Oh.
Quel momento in cui non basta più restare chiusi in casa a guardare la televisione. Quel momento in cui puoi sentire la paura filtrare dalle pareti come un grande agglomerato di fetore cieco che si spande dagli altri appartamenti, dalle strade, dalle auto di passaggio. Quel momento, come lo chiami?
Io lo chiamo il momento di cacciare.
Cazzo. Mi alzo con un mal di testa ancora più martellante. Oggi niente lavoro. Ho chiamato il dottor Rossi e mi sono messo in mutua. Tutta la notte a cagare sul cesso, sono pallido e ho i muscoli, normalmente sodi e scattanti, flaccidi come quelli di una vecchia. Mi guardo allo specchio preoccupato. Anche i peli sulle spalle mi crescono adesso, cazzo.
Passo il pomeriggio a guardare la tivvì, prima Futurama, che è una figata e mi fa davvero godere (oggi la puntata in cui Fry beve cento caffé e accelera così tanto il suo sistema nervoso da vedere tutto che si muove al rallentatore), e poi quella stronzata con i ragazzotti cicciotti e biondicci, a parte la fighetta Katie Holmes che è una delle cento femmine che mi ripasserei più volentieri al mondo. Medito una sega. Ma non se ne fa niente. Il telefilm è troppo idiota e mi smonta. Se non ci fosse una sola ragione al mondo per odiare gli americani, questa merda basterebbe. Gli americani ti fanno sentire come... come un negro. Roba che se ci pensi bene quello stronzo di Bin Laden c'ha quasi ragione. Se solo si fosse limitato a colpire quei cazzi di americani gli avrei dato ragione, eh sì. Voglio dire, noi europei che c'entriamo? Dovremmo farci i cazzi nostri e lasciare che negri e americani si scannino tra loro. Idem per palestinesi ed ebrei. Lasciamo che si ammazzino tutti, porcoddio.
Mi sa che penso 'ste cazzate perché sto male. Malissimo, cazzo. Vado al cesso e vomito di nuovo. Ho un peso sullo stomaco spaventoso. Non so cosa ho mangiato, non me lo ricordo. Vomito cazzutissime palle di pelo. Lì non ci dovrebbero stare, questo è chiaro. Voglio dire nello stomaco, o dove diavolo dovrebbero stare le cose che mangio quando vanno giù per essere trasformate in comodi stronzi pronti per l'espulsione. Sto male e dimentico persino di accendere il cellulare per vedere se mi hai chiamato. Resto tutto il giorno sul sofà, guardo la televisione finché non arriva James Bond e mi calmo. James mi dà sicurezza, io amo James... Passo dalla veglia al sonno senza rendermene conto.
Eine schwarze flamme brennt in mir.
E poi finisce un'altra giornata... Passo davanti a Wanda e al Pasqua che chiacchierano e mi lanciano un'occhiata eloquente. La troia gli avrà raccontato tutto ormai, non che me ne freghi un cazzo. Conosco il silenzio che mi accompagna mentre transito. Ci sono abituato fin da bambino. E il silenzio che passa tra una parola d'odio e l'altra. Quando ti piace startene per i cazzi tuoi e fare le cose che di solito agli altri non fregano, devi esserci abituato per forza. Però è divertente. Di solito queste cose succedono sempre all'anello debole della catena. Dove c'è un gruppo, quello che mostra di cedere per primo viene sbranato dai cani più grossi. Ma se quel figlio di cane sopravvive, diventa più duro, e alla fine si incula tutti. E' un po' così che sono diventato, adesso. In apparenza non è cambiato nulla, si badi. Sono sempre io quello su cui si spala merda. Solo che adesso alla fine spesso succede che l'ultimo a inculare sono io. Come oggi col Pasqua. Credeva di inculare, ed è stato inculato.
E' il 17 di agosto e sulle strade non c'è un cazzo di nessuno mentre cammino verso casa. La città è calda, silenziosa e morta. Ed è così che mi piace. Così che dovrebbe sempre essere. Ho più tempo per pensare alle cazzate. Per esempio a quell'aereo che l'altro giorno è andato giù. Una cosa da brividi. Letteralmente. Perché quando hanno fatto decollare un paio di caccia per vedere che succedeva, dentro hanno trovato che erano tutti seduti ai loro posti, con le maschere a ossigeno addosso, congelati. Un aereo pieno di cadaveri del cazzo ibernati. Una bara volante a diecimila metri di quota. A queste cazzate penso mentre torno verso casa, a piedi, perché la benzina ormai è arrivata a un euro e trenta al litro. E intanto il mal di testa mi martella. L'altra settimana stava dietro all'occhio sinistro, adesso si è spostato a destra. E a casa non c'è neanche un'aspirina del cazzo. Niente di niente. Dovevo comprare qualcosa prima di uscire dall'iper, ma sono troppo taccagno. Speravo che passasse da sé. Col cazzo.
Domani andrà meglio, penso.
Penso sempre che andrà meglio domani. Come una merdosa Rossella O'Hara del cazzo. Ma la cosa che mi fa più incazzare è che con 'sto chiodo piantato nell'orbita stasera non potrò neanche tirarmi una bella sega ripensando a quel sorriso.
Prendo una stecca gigante di cioccolata e vado alla cassa. La ragazza si chiama Wanda. Un nome davvero del cazzo per un faccino niente male. Ho solo pochi istanti per immaginare le sue labbra pallide sulla mia cappella mentre lei batte il prezzo e mi ridà indietro la cioccolata. Le faccio un sorriso timido, anche con gli occhi, dietro le lenti spesse. Lei non mi caga di striscio. Regolare. Il Pasqua è ancora all'entrata, grosso ritardato del cazzo. Tiene la bambina per un braccio e la stecca gigante di cioccolata con l'altra mano. Si guarda intorno.
"Allora, mi dici dov'è tua madre?" gli sento dire.
Non hai il fegato di passare alle vie di fatto con la bambina, penso. Però se c'è la mammina nei dintorni magari ci scappa un bel pompino, eh?
"Che succede?" faccio, sfoderando un altro bel sorriso timido.
"Che cazzo vuoi tu?" chiede lui, odiandomi dalla prima sillaba. Pensa che sono uno sfigato. Che ridere.
"Che stai facendo con questa bambina?" non dico nulla. Insinuo.
Lui all'improvviso le molla il braccio e si guarda intorno inquieto. Arriva persino a strofinarsi la mano su una gamba, il coglione.
"Stava rubando. Aspettiamo sua madre e poi vediamo se chiamare la polizia."
"Rubando, eh? Mannò," gli dico sventolando davanti alla sua bella faccia di cazzo lo scontrino, "Wanda mi ha dato questo. Dice che la bambina si è dimenticata di prenderlo. E' normale, i bambini non lo fanno mai." Porgo lo scontrino alla bambina, insieme alla seconda stecca di cioccolata. E' molto bella. Bruna, con le trecce e il vestitino corto. Tutto l'ambaradan, insomma.
"Ecco, tieni. Non perderlo più, eh? Corri dalla mamma e stai attenta ai signori cattivi."
Lei mi sorride. E' la cosa più bella che si possa vedere in questa cazzo di vita. Il sorriso di una bambina. Il Pasqua mi sta fissando la nuca, invece. Scommetto che vorrebbe calarci sopra la cazzo di torcia di ordinanza.
"E un'altra bella cioccolata per scusarci di quello che ti ha fatto questo signore cattivo. Ma non mangiarla subito tutta, eh? Mi raccomando!" le dico con un caldo sorriso.
In quel momento arriva la mamma. Le spiego che c'è stato un malinteso e le raccomando di non perdere più di vista la bambina. Lei sembra molto sospettosa. Guarda me e il Pasqua come se fossimo due depravati.
Non sai quanto sei stata vicina a tirargli un bel pompino a questo scimmione, penso.
Ma non m'incazzo. Me la sto godendo troppo guardando la faccia del Pasqua. A lei, le guardo il culo mentre se ne va tenendo per mano la bambina. Un bel pezzo di fighino, infatti. Le mamme giovani sono la merce migliore, sto stronzo del Pasqua sa il fatto suo. E questo non fa che accrescere il suo odio. A volte mi chiedo cosa ci guadagno a farmi dei nemici. Mah, va a sapere...
E' il 17 di agosto e sono rimasto solo io a scoglionarmi in questo cazzo di posto. Cioè, solo io e una manica di sfigati che non se ne sono potuti partire per le cazzovacanze. E non stiamo lì a disquisire se siano più coglioni quelli che in vacanza ci vanno. Il punto non è quello. Se non ci vai perché non te ne frega un cazzo, come al sottoscritto, è un conto. Se non ci vai perché sei un pezzente, sei una merda esattamente come quegli stronzi che si abbronzano il culo nelle canoniche due settimane di ferragosto.
A me piace stare qui, invece. O.k., prima ho detto che mi stavo scoglionando, ma era solo per fare il duro. Mi piace qui, davvero. Un "ipermercato" (già il nome fa cagare) nel deserto agostano è una discreta isoletta di merda. Prima di tutto c'è l'aria condizionata. Poi ci sono i giocattoli. Poi c'è la fighetta. Tanta fighetta. Adesso non starò lì a catalogarvela, che tanto sapete a chi mi riferisco. Mica solo troiette da tremila lire che non hanno neppure i soldi per abbronzare i meloni su qualche spiaggia libera da poveracci. Un sacco di segretarie che si devono fermare in città per gli straordinari (magari spedendo marito e figli al mare, le troie). Non fraintendetemi, non è che io ci combino mai nulla con ste puttanelle. Fuori dal lavoro, voglio dire.
Ci sono due tipi di clienti che tengo d'occhio: la figa, e gli altri. Degli altri me ne frega relativamente un cazzo, a meno che non mi stiano sul culo, e allora sono cazzi loro. La figa sono cazzi miei. I miei colleghi penso che mi odino per questo. Per questo e per il fatto che sono un ex-sbirro. Ma tanto li odio molto di più io, quindi è tutto regolare. Quello che non sanno gli stronzi è che ho qualche piccolo vantaggio su di loro. Primo, sono più sveglio. Molto più sveglio. Secondo, quando me ne sono andato dalla pula ho tenuto con me un piccolo ricordino.
Sono lì che faccio questi bei pensieri profondi del cazzo quando sgamo quel ritardato del Pasqua che a quanto pare si è ritrovato con qualcosa di grosso per le mani. Anzi con qualcosa di piccolo e con un bel corpicino. Lo stronzo forse pensa di divertirsi visto che in questi giorni non c'è una minchia da fare. Mi sa che dovrò rovinargli la festa. E mica perchè sono un principe azzurro e un cavaliere solitario. No. Solo per dimostrare che sono più stronzo di lui.
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