L.A.NOIR

Storie di funghi sotto i ferri (straight on till morning) **Elementi di Tenebra -"Il passato è una terra straniera"-Davanti,Sua Maestà Il Futuro(dilazioni) #"Se spezzi il nucleo dell'atomo ci troverai racchiuso il sole"# -----Guai ai Vinti------(La piccola bottega dei clangori)§§§§§§§§§§§ "Scrivevo silenzi, notti, notavo l'inesprimibile, fissavo vertigini"

martedì, 17 aprile 2007
Napalm Love

volevo scriverti ma poi non ho trovato le mani, scivola lucida la finestra dal mio mento e ritrae cicatrici spezzettandosi.

ha una bocca piccola e si spara nel mio bagno. la pistola non le entra nella bocca, le sbrana le righe della bocca, è un rossetto d'acciaio luccicante,

haunalberodinatalesulvoltomentrespara

e nella mano destra stringe il suo bambino piccolissimo. ha vissuto per 7 attimi nella parete del suo petto e poi ha forato il suo sterno ed è scivolato sulla sua pelle, divenendo la sua trentaseiesima vertebra anteriore, un gioiello.

il suo cuore poroso lastrica di miele la galassia e mi sposa con l'anello del mattino.

ho aspettato tutta la notte il tuo risveglio, ho sciacquato i tuoi capelli con le mie lacrime mute e ti ho riposto in tutte le scatole ma non ti svegliavi.

c'è un posto dove ti porterei al mattino, il tuo anello nella bocca sbranata, il bambino nella mano destra, apre un mare attraverso i tagli, tu ancora dormi. hai un incanto di spine attorno alla fronte, sono la corona della tua mancanza, reclino i polsi e tiro su il cuore.

uno spazio vuoto nell'immagine,

dentro è bianco.

Postato da: PaganPoetry a 15:11 | link | commenti (2) |
amabili resti

giovedì, 20 aprile 2006

Non voglio dire che i miei sketch non fossero divertenti; divertenti lo erano. Ero, in effetti, un pungente osservatore della realtà contemporanea ; mi sembrava semplicemente che fosse così elementare, che restassero così poche cose da osservare nella realtà contemporanea: avevamo semplificato tanto, sfrondato tanto, infranto tante barriere, tanti tabù, tante false speranze, tante errate aspirazioni; restava così poco, davvero. Sul piano sociale c'erano i ricchi, c'erano i poveri, con qualche fragile passerella – l'ascensore sociale , soggetto su cui era di moda ironizzare; la possibilità più seria di rovinarsi. Sul piano sessuale, c'erano coloro che ispiravano il desiderio e coloro che non ne ispiravano affatto: meccanismo esiguo, con qualche complicazione di modalità (l'omosessualità, ecc.), comunque facilmente riducibile alla vanità e alla competizione narcisistica, già ben descritte dai moralisti francesi tre secoli prima. C'erano peraltro le brave persone , coloro che lavorano, che producono effettivamente i beni di consumo, anche coloro che – in maniera un pochino comica, o patetica se si vuole (ma ero innanzitutto un comico) – si sacrificano per i figli; coloro che non hanno né bellezza nella loro gioventù né ambizione in seguito né ricchezza mai; che aderiscono però con tutto il cuore (e persino per primi, più sinceramente di chiunque) ai valori della bellezza, della gioventù, della ricchezza, dell'ambizione e del sesso; coloro che formano, in certo qual modo, il legante della salsa. Costoro, mi rincresce dirlo, non potevano nemmeno costituire un soggetto . Ne introdussi comunque alcuni nelle mie scenette per conferire diversità, un effetto di realtà ; ma cominciavo seriamente a stancarmi. Il peggio è che venivo considerato un umanista ; un umanista acido , ma pur sempre un umanista. Ecco, per dare un'idea, una delle battute che infioravano i miei spettacoli:
“Sai come si chiama il grasso attorno alla vagina?”
“No.”
“Donna.”
Stranamente riuscivo a piazzare questo genere di spiritosaggini, senza smettere di avere buone critiche su Elle e Télérama ; vero è che l'arrivo dei comici arabi aveva riportato in auge le scivolate da macho e che io scivolavo con grazia. In fondo, il beneficio maggiore del mestiere di umorista, e più generalmente dell' atteggiamento umoristico nella vita, è quello di potersi comportare come uno stronzo in tutta impunità, e persino di poter rendere estremamente redditizia la propria abiezione, in termini di successo sessuale o economico; il tutto con l'approvazione generale.

Il mio presunto umanesimo poggiava in realtà su basi assai misere: una vaga arguzia sui tabaccai, un'allusione ai cadaveri dei clandestini negri finiti sulle coste spagnole erano bastate a procurarmi una reputazione di uomo di sinistra e di difensore dei diritti dell'uomo. Uomo di sinistra, io? Avevo potuto introdurre occasionalmente nelle mie scenette alcuni altermondialisti, vagamente giovani, senza dare loro un ruolo immediatamente antipatico; avevo potuto cedere occasionalmente a una certa demagogia: ero, lo ripeto, un buon professionista. Peraltro avevo una faccia da arabo, il che facilita; il solo contenuto residuo della sinistra, in quegli anni, era l'antirazzismo, o più esattamente il razzismo antibianchi. Non capivo del resto molto bene da dove mi venisse quella faccia da arabo, sempre più caratteristica con il passare degli anni: mia madre era di origine spagnola e mio padre, che io sappia, bretone. Mia sorella, per esempio, la troietta, presentava indiscutibili tratti mediterranei, ma era molto meno scura di me e aveva i capelli lisci. Ci si sarebbe potuti porre degli interrogativi: mia madre era stata di una fedeltà irreprensibile? O avevo per genitore un Mustafà qualsiasi? Oppure, altra ipotesi, un ebreo? Fuck with that : gli arabi accorrevano in massa ai miei spettacoli – e anche gli ebrei del resto, anche se un po' meno; e tutti pagavano il biglietto intero. Ci si sente interessati alle circostanze della propria morte, è sicuro; meno a quelle della propria nascita.
(da'La possibilità di un'isola' M.Houellebecq)

Postato da: madeinfranca a 16:22 | link | commenti (1) |
amabili resti

mercoledì, 14 dicembre 2005

Aggiungi tempo

ai tuoi resti usati,

per quando ci saranno

versi consumati.

Postato da: frammentivolanti a 15:24 | link | commenti (7) |
amabili resti

giovedì, 10 novembre 2005
Assaporate (parte II)

Lui entrò lentamente nella vasca. All'inizio non mitoccò ma poi, per prova, sfiorò una piccola cicatrice che avevo sul fianco. Entrambi seguimmo il dito che scendeva sulla ferita sfilacciata.

<<Incidente di Ruth a pallavolo, millenovecentosettantacinque>> dissi. E rabbrividii di nuovo.

<<Tu non sei Ruth>> disse lui, con il volto pieno di stupore.

Gli presi la mano che aveva raggiunto la fine del taglio e la appoggiai sotto il mio seno sinistro.

<<Vi ho guardati per anni>> dissi. <<Voglio fare l’amore con te>>.

Ray fece per dire qualcosa, ma le parole che aveva a fior di labbra erano troppo strane per essere pronunciate ad alta voce. Mi sfiorò il capezzolo col pollice e io gli presi il viso. Ci baciammo. L’acqua scorreva tra i nostri corpi e gli bagnava i peli radi del petto e dell’addome.

Lo baciai perché volevo vedere Ruth, e Holly, e sapere se loro mi vedevano. Sotto la doccia potevo piangere e Ray poteva baciare lemie lacrime senza sapere bene perché stessi piangendo.

Gli toccai ogni parte del corpo tenendola fra le mani.

Gli strinsi il gomito. Gli presi i peli del pube fra le dita.

Tenni nel palmo quella parte che il signor Harvey (colui che mi aveva provocato la morte otto anni prima) aveva spinto a forza dentro di me. Dentro di me dissi gentile e poi uomo.

<<Ray?>>.

<<Io non so come chiamarti>>.

<<Susie>>.

Gli posai le dita sulle labbra per fermare le domande.

<<Ti ricordi il bigliettino che mi scrivesti? Ti ricordi che ti eri firmato il Moro?>>.

Per un istante restammo immobili e guardai l’acqua che gli imperlava le spalle, poi scivolava giù.

Senza dire altro, Ray mi sollevò e io gli allacciati intorno le gambe. Lui uscì dal getto dell’acqua e si puntellò sul bordo della vasca. Quando fu dentro di me, gli presi il viso fra le mani e lo baciai più forte che potevo.

Duò un minuto intero, poi lui si staccò. <<Dimmi com’è>>.

<<Certe volte somiglia al vecchio liceo>> risposi senza fiato. <<Anche se sulla Terra non sono riuscita ad andarci, nel mio Cielo posso accendere un falò nelle aule o correre su e giù per i corridoi strillando quanto mi pare. Però non è sempre così. Può anche sembrare la Nuova Scozia o Tangeri o il Tibet. E’ come quello che hai sempre sognato>>.

<<E Ruth è lì?>>.

<<Ruth sta facendo una lettura pubblica, ma poi ritorna>>.

<<E tu ti vedi?>>.

<<Adesso sono qui>> risposi.

<<Ma fra un po’ te ne andrai>>.

Non gli avrei mentito. Chinai la testa. <<Mi sa di sì, Ray. Sì.>>.

Allora facemmo l’amore. Lo facemmo nella doccia e poi sul letto, sotto le lucine e le stelle fosforescenti. Dopo, mentre lui riposava, lo baciai lungo la spina dorsale e benedii ogni groviglio di muscoli, ogni neo e ogni macchia.

<<Non andartene>> disse lui, e mentre le gemme scintillanti dei suoi occhi si chiudevano udii il fiato corto del suo sonno.

<<Mi chiamo Susie>> sussurrai, <<di cognome Salmon, come il pesce>>. Posai la testa sul suo petto e mi addormentai di fianco a lui.

Quando riaprii gli occhi, la finestra era rosso scuro e capii che non mi era rimasto molto tempo. Fuori, il monto che avevo guardato tanto a lungo viveva e respirava sulla stessa terra dov’ero anch’io. Ma sapevo che non sarei uscita. Avevo preferito usare quei momenti per innamorarmi, per innamorarmi con quell’abbandono che non avevo provato nella morte, l’abbandono dell’essere vivi, la luminosa e buia pena dell’essere umani, l’andare avanti a tentoni, brancolando negli angoli per poi aprire le braccia alla luce, in un continuo attraversare l’ignoto.

Il corpo di Ruth stava perdendo le forze. Mi puntellai su un braccio e guardai Ray che dormiva. Sapevo che da lì a poco me ne sarei andata.

..

<<Posso toccarti ancora?>>. Scostò le lenzuola dalle gambe e si tirò su a sedere.

In quel momento vivi qualcosa di nebuloso e immobile in fondo al letto. Cercai di convincermi che si trattava di un bizzarro gioco di luce, una massa di pulviscolo intrappolato nel sole morente. Ma quando Ray allungò una mano a toccarmi, non sentii niente. Lui si chinò e mi baciò delicatamente sulla spalla. Non lo sentii. Mi pizzicai sotto la coperta. Niente.

La massa nebulosa in fondo al letto cominciava a prendere forma. Mentre Ray si alzava dal letto la stanza si riempì di uomini e donne.

<<Ray>> lo chiamai un istante prima che entrasse in bagno.

<<Sì>>.

<<Leggi i diari di Ruth>>.

Lo guardai attraverso le sagome scure degli spiriti ammassati in fondo al letto e vidi che mi sorridevano. Vidi il suo corpo fragile e bello voltarsi e infilare la porta.

Un tenue e improvviso ricordo.

Ripensai a Ruth, a quell’evento totalmente inatteso. Ero ben conscia che in Cielo come in Terra era sempre stata la speranza a sostenermi. Il sogno di diventare una fotografa naturalista, il sogno di vincere un Oscar alle medie, il sogno di baciare un’altra volta Ray Singh. E guarda cosa capita a sognare.

<<Mi passi un asciugamano?>> gridò Ray dopo aver chiuso il rubinetto. Siccome non rispondevo, tirò la tenda. Lo udii uscire dalla vasca e avvicinarsi alla soglia. Vide Ruth e corse da lei. Le toccò la spalla e con aria assonnata lei si tirò su. Si guardarono. Non ci fu bisogno di dire niente. Ray aveva capito che me n’ero andata.

 

Lasciare la Terra la seconda volta mi fece lo stesso effetto: la destinazione bene o male inevitabile, le cose già viste passando tante volte. Ma stavolta ero accompagnata, non strappata alla vita, e sapevo che sarebbe stato un lungo viaggio per un luogo assai lontano.

(Alice Sebold - Amabili resti)

Postato da: sempliementefallita a 15:06 | link | commenti (7) |
amabili resti

mercoledì, 09 novembre 2005
Assaporate

Sentivo tutto il peso del corpo di Ruth, il voluttuoso ballonzolio dei seni e delle cosce e allo stesso tempo una formidabile responsabilità. Ero un’anima tornata sulla Terra, assente dal Cielo di straforo. Mi era stato fatto un regalo. Con uno sforzo di volontà provai a stare più eretta che potevo.

<<Ruth?>>

Cercai di abituarmi al nome. <<Sì>> risposi.

<<Sei cambiata>> disse. <<E’ cambiato qualcosa>>.

Eravamo quasi in mezzo alla strada, ma quello era io mio momento. Avevo una gran voglia di dirglielo, ma come? <<Sono Susie, ho poco tempo>>. Avevo troppa paura.

<<Baciami>> dissi allora.

<<Che cosa?>>

<<Non ti va?>>. Gli accarezzai il viso e sentii una barbetta ispida che otto anni prima non c’era.

<<Cosa ti è successo?>> fece lui sconcertato.

<<A volte capita che un gatto precipiti dal decimo piano e atterri sulle zampe. Uno ci crede solo perché lo legge sul giornale>>.

Ray mi fissava disorientato. Chinò la testa e le nostre labbra si sfiorarono, tenere. La sensazione delle sue labbra fresche mi scese dentro, fino al midollo. Un altro bacio, un pacchetto prezioso, un dono rubato. I suoi occhi erano così vicini ai miei che vedevo le macchioline verdi nel grigio delle iridi.

Lo presi per mano e ritornammo alla macchina in silenzio. Mi accorsi che restava leggermente indietro di proposito e tirandomi il braccio scrutava attentamente il corpo di Ruth per assicurarsi che camminasse bene.

Mi aprì la portiera, io mi infilai dentro e sistemai i piedi sul tappetino. Ray girò attorno alla macchina e quando entrò mi guardò intensamente ancora una volta.

<<Chwe c’è?>> gli chiesi.

Lui mi baciò di nuovo sulle labbra piano piano. L’avevo desiderato così a lungo. Il momento si dilatò e io assaporai: la carezza delle sue labbra, la barba lehhera che mi sfiorava e il bacio, il piccolo schiocco delle nostre labbra che si schiudevano dopo essersi incollate e poi, più brutale, il ditacco. Il rumore echeggiava nel lungo tunnel della solitudine in cui avevo dovuto accontentarmi di guardare gli altri sulla Terra toccarsi e accarezzarsi. Nessuno mi aveva mai toccata in quel modo. Ero solo stata ferita da mani dimentiche di ogni tenerezza. Ma dopo la morte si era disteso nel mio Cielo un raggio d luna che continuava a ruotare e lampeggiare: il bacio di Ray Singh. In qualche modo Ruth lo sapeva. […]

<<Dove vuoi andare?>> mi chiese Ray.

Era una domanda immensa, per una risposta infinita- Non avevo nessuna intenzione di inseguire il signor Harvey e lo sapevo. Guardai Ray e capii perché ero lì: per riprendermi un pezzo di cielo chenon avevo mai conosciuto.

<<Al negozio di Hal Heckler>> annunciai decisa.

<<Come?>>

<<Me l’hai chiesto tu>> dissi.

<<Ruth?>>.

<<Si?>>.

<<Posso baciarti ancora?>>.

<<Si>> risposi arrossendo.

Lui si chinò su di me mentre il motore si scaldava, le nostre labbra si entrarono di nuovo e in quel momento ecco lì Ruth che parlava a un gruppo di uomini anziani col basco e maglioni neri a collo alto; loro ripetevano in coro il suo nome, tenendo a mezz’aria una miriade di accendini fiammeggianti.

Ray si appoggiò allo schienare e mi guardò. <<Che succede?>> chiese.

<<Quando mi baci vedo il paradiso>> dissi.

<<E com’è?>>

<<Ognuno ha il suo>>.

<<Spiega>> disse lui sorridendo. <<Approfondisci>>.

<<Fai l’amore con me>> gli dissi io, <<e ti racconto>>.

<<Ma tu chi sei?>> mi chiese allora; però non si rendeva ancora conto di cosa mi stava chiedendo.

<<La macchina si è scaldata>> dissi.

..

Entrammo nel piccolo spiazzo che circondava il negozio di Hal. Ray fermò l’auto e tirò il freno a mano.

<<Perché qui?>> mi domandò.

<<Ricordati che stiamo esplorando>>.

Lo portai sul retro e tastando sopra lo stipite della porta trovai la chiave.

Dentro era come lo ricordavo, l’odore di grasso di moto riempiva l’aria.

<<Mi sa che devo farmi una doccia>> dissi. <<Tu perché non ti metti comodo?>>.

Entrai nel bagno e lasciai la porta socchiusa. Mentre mi toglievo i suoi vestiti aspettando che arrivasse l’acqua calda, sperai che Ruth mi vedesse, che vedesse il suo corpo come lo vedevo io, nella sua perfetta bellezza vivente.

Entrai nella vecchia vasca con i piedi ad artiglio e rimasi lì sotto il getto. Ma per quanto calda facessi scendere l’acqua, continuavo a sentire freddo. Chiamai Ray. Lo pregai di entrare.

<<Ti vedo attraverso la tendina>> mi avvertì lui distogliendo lo sguardo.

<<Non fa niente>> dissi. <<Mi piace. Spogliati e vieni qui sotto con me>>.

<<Susie>> disse, <<lo sai che non sono il tipo>>.

Il mio cuore perse un colpo. <<Cosa hai detto?>> gli chiesi, fissandolo negli occhi attraverso la fodera bianca trasparente che Hal usava come tenda. Ray era una sagoma scura circondata da centinaia di minuscoli punti di luce.

<<Ho detto che non sono quel tipo>>.

<<Mi hai chiamata Susie>>.

Ci fu silenzio, poi lui tirò la tenda, stando attento a non guardare altro che ilmio viso.

<<Susie?>>.

<<Vieni>> dissi, con gli occhi gonfi di lacrime. <<Ti prego, vieni>>.

Chiusi gli occhi e aspettai. Misi la testa sotto l’acqua e sentii il calore punzecchiarmi le guance e il collo, i seni, il ventre e l’inguine. Poi lo sentii armeggiare, sentii la fibbia della cintura che batteva sul freddo pavimento di cemento e gli spiccioli che cadevano dalle tasche.

Ray scostò la tenda. Mi voltai e aprii gli occhi. Sentii una folata d’aria meravigliosa all’interno delle cosce.

<<Va tutto bene>> dissi.

(Alice Sebold - Amabili resti)

domani riporto la seconda parte

 

 

Postato da: sempliementefallita a 20:50 | link | commenti (1) |
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